fi Caroline Vigliani - Cuba, Vinales (2004) Man repairing his car, Vinales (Cuba)

Racconti marginali

Ieri mattina mi é ritornata in mente una battuta di Claudio Bisio in un film che devo aver visto nel ’93. Puerto Escondido, di Gabriele Salvatores.

Una sequenza secca snocciolata a bruciapelo, domanda e risposta di quelle che non ammettono repliche.

“Per avere il campionato più bello del mondo, lo sai cosa ci vuole? Centinaia di altri campionati che facciano schifo.”

Nel `93 entravo nel vivo dell’adolescenza. Guardai quel film senza capirci molto—e d’altra parte nemmeno ebbi l’impressione che ci fosse molto  da capire. Diego Abatantuono (per chi non ha visto il film, é il protagonista) e Claudio Bisio andavano forte nella commedia d’autore, erano la nuova generazione, in aperta rottura con il modello di adulto tutto d’un pezzo, pre-sessantottino, a cui avevo guardato nella mia infanzia come esempio da rispettare, in parte temere, e se possibile imitare. Le loro battute, il loro modo di pensare, erano spiazzanti. Erano ragazzini di quarant’anni, facevano tutto sommato l’esatto contrario di quanto mi era stato insegnato. E se ne fregavano. Per come la vedevo in quegli anni erano loro, il loro scartare di lato, le loro smargiassate, che tenevano in piedi un film; il resto della storia era qualcosa che poteva rimanere oscuro senza troppi rimpianti.

Locandina Puerto Escondido

Eppure quella frase, quella battuta che puntuale e inaspettata mi ritornò più volte in mente nei ventisette anni successivi—in vacanza mentre guidavo, al mattino facendomi la barba o scendendo riluttante i gradini della metro—era diversa. Aveva anche lei qualcosa di oscuro. Qualcosa che evidentemente non volevo o non mi interessava vedere. E per anni quella frase restò così, nella mia memoria, nitida e superficiale; un puro enunciato verbale senza legami con la realtà.

Ieri mattina però, quando quel ricordo é riemerso per l’ultima volta, ho provato una sensazione più forte del solito, un bisogno quasi impellente. E allora, invece di andarmi a leggere gli ultimi tweet sull’isolamento sanitario, ho fatto qualche ricerca finendo per trovare il film su una piattaforma di streaming. Era spezzato in tre video di 35 minuti. Non ci prestai attenzione, ma il link puntava direttamente sul secondo video. Quando cliccai, il dialogo tra Mario Tozzi (Abatantuono) e Alex (Bisio) era lì che mi aspettava, all’inizio del trentaseiesimo minuto. 

Mario parla con Alex, lo sguardo rivolto verso il basso. É andato a Puerto Escondido per sfuggire ad uno psicopatico che lo braccava a Milano, arrivando tra le altre cose a cercare di ammazzarlo. Cerca di tenere insieme quello che gli sta succedendo e la sua storia personale, ciò che lo ha sempre definito, la sua identità. Le sue parole si prolungano nel silenzio, incerte, come se avessero paura di svanire, di scoprirsi inconsistenti: “L’Italia é un paese in cui la gente—insomma oh, ha la sua libertà. C’é il benessere, son felici—”. É a disagio di fronte a quell’uomo che viene dal suo stesso paese, ma che fa fatica ad inquadrare; uno che da troppo tempo vive secondo regole diverse, sfuggenti; inaffidabili. Allora cerca un appiglio, un punto d’appoggio per rialzare la testa. “Dov’é che c’é il più bel campionato di calcio del mondo?”, butta lì con un sussulto.

“In Italia”, la voce laconica di Alex, fuori campo, si stacca appena dal  fruscio regolare del bagnasciuga.

Per un attimo lo sguardo di Mario aveva tradito la paura di perdere anche quella piccola certezza. La risposta, scontata in circostanze normali, lo rassicura: “Bravo, hai visto? Allora—”

Non conclude la frase. Il sillogismo sottinteso si perde nell’aria volatile del lungomare deserto, mentre Alex armeggia con un fucile subacqueo. Sembra un modello vecchio, anche per gli anni novanta. Dopo aver fatto scorrere il meccanismo per caricare la molla, osserva l’allineamento dell’asta d’acciaio nella canna. Poi alza gli occhi: “Però sai, per far star bene quella poca gente lì, cosa ci vuole? Centinaia di milioni che stanno male.” E dopo aver abbassato il fucile rincara, mulinando l’indice verso l’alto: “E sai, per avere il campionato più bello del mondo, cosa ci vuole? Centinaia di campionati che fanno schifo.”

Il suo sguardo si distende mentre ritorna sul fucile, l’espressione compiaciuta di chi si é appena ricordato un fatto divertente. E a questo punto dice una cosa che ventisette anni fa, agli inizi del viaggio, non potevo davvero capire: “E poi, scusa, se stavi così bene là, perché sei venuto qui?”

Il nocciolo del dialogo era più o meno quello che ricordavo. In tutti questi anni é stato come il richiamo sommesso da un vicolo laterale, che ti sfiora mentre passi; un bambino che gioca, alza gli occhi e ti guarda. Psst! E ogni volta, mentre passavo, mi sono limitato a rallentare e guardarlo, con un misto di sorpresa e leggera confusione—e sorridere. Oggi invece mi fermo e quel bambino mi fissa di nuovo, gli occhi spalancati e privi d’espressione nella luce del primo pomeriggio. Non é troppo cambiato. Te l’avevo detto da un pezzo, mi fa; ora lo sai che ho ragione. Certo che ce ne hai messo di tempo, ma qui non importa. Quel che importa é che é venuto il momento per le domande che contano, quelle per cui la risposta é ancora da scrivere. Perché sei venuto qui?

Una bella domanda per me che vivo all’estero da vent’anni. Non sono scappato dall’Italia, preferisco metterlo in chiaro da subito. Se per caso cercate il blog di un cosmopolita brillante e passabilmente istruito, uno di quei cervelli in fuga (che detto per inciso, non dovevano star troppo simpatici a chi ha coniato l’espressione—difficile credere che a qualcuno possa far piacere un’etichetta che sembra il titolo di una parodia splatter), il blog insomma di uno che ce l’ha fatta fuori dall’Italia e che dispensa aneddoti insoliti e persino qualche dritta interessante—beh allora resterete delusi.  La mia storia, in Italia o altrove, cambierebbe poco—e non ho nessuna dritta da darvi.

Ho cominciato a viaggiare per tentativi, verso la fine degli studi universitari. Francia, Spagna, Inghilterra, Sudamerica. Di ritorno da uno di quei tentativi, finii per laurearmi e presi qualche settimana di pausa che riempii in parte con qualche lettura, ma principalmente contemplando il soffitto della mia stanza. E durante uno di quei pomeriggi in cui studiavo con attenzione la superficie bianca e granulare intorno al lampadario, squillò il telefono e un tizio che mi chiamava Dottore mi chiese se mi interessasse presentarmi ad un colloquio di lavoro. Siccome mio padre lavorava già come dipendente statale, finii per concludere che il dottore che cercava dovevo essere io. Non osai contraddirlo, né fare troppe domande—mi avevano spiegato per anni che con la mia laurea all’Università di Lettere non avrei trovato uno straccio di lavoro con uno stipendio accettabile e che avrei dovuto buttarmi senza esitare sulla prima opportunità che si fosse presentata. Allora ascoltai educatamente anche quando, nel suo ufficio, quel signore sulla quarantina avanzata—i modi affabili e lo sguardo navigato—mi parlò per una ventina di minuti dell’eccellenza dei prodotti della sua azienda. Facevano vaschette in alluminio super-sottile—credo per prodotti alimentari. Era novembre, faceva un freddo umido e pungente, e i capannoni industriali fuori città mi facevano un effetto più deprimente del solito. Il mio interlocutore cominciava ad avere fretta di chiudere.

Lei mi fa sempre di sì con la testa, ma non capisco se quest’opportunità le interessa davvero—lei che cosa vuole fare, dottore?

Preso dalla disperazione, gli dissi che al momento pensavo ad un’esperienza all’estero.

Ah. Really? And tell me. What it is that you want to do? Speak to me about your projects. Speak, ripeté accompagnando l’invito con la mano.

Calcava ogni parola, ci si appoggiava come uno che vuole saggiare la consistenza del terreno prima di muovere il passo successivo. Si accaniva in particolare sulla parola ‘speak’. Dopo il sibilo iniziale, pronunciava ‘pic’ con tale intensità e determinazione, che l’occlusiva finale vibrava cristallina nell’aria e io dovevo fare uno sforzo di concentrazione per  evitare di strizzare le palpebre, come per un riflesso condizionato.

Nello strazio che seguì—inevitabile quando persone che parlano la stessa lingua si autoimpongono di comunicare in un’altra con cui hanno scarsa dimestichezza—venne fuori, tra le altre cose, che non mi interessava un posto di controllore qualità per la sua catena di produzione di vaschette in alluminio super-sottile, perché avevo, come doveva risultargli,  una laurea in lettere e filosofia e non vedevo particolare attinenza tra questa e le mansioni proposte. La cosa sembrò deluderlo parecchio—sembrò soprattutto trattarsi di un’eventualità che, a dispetto della domanda iniziale, non aveva nemmeno preso in considerazione. Me ne andai dopo una seconda tirata, non priva di amarezza, sui giovani, la loro scarsa flessibilità e il poco spirito di sacrificio. Ci salutammo tuttavia con una certezza comune. Non avevo capito niente.

Per lui, ero uno sbarbatello idealista che gli aveva fatto perdere tempo e non poteva fare strada. Aveva dato un’opportunità ad uno che non solo non aveva mai ricoperto il benché minimo ruolo di responsabilità—ma era addirittura alla prima esperienza! E questo che faceva, rifiutava? Dove credevo, e soprattutto chi credevo, di essere? 

Per me, invece, le cose erano un po’ più complicate. Ero andato a quel colloquio per cercare di capire come funzionasse. Avevo preso la macchina, guidato una ventina di kilometri,  girato i viali tutto sommato uguali della zona industriale cercando il capannone giusto e mi ero presentato sul posto senza troppe pretese. Mi sembrava il da farsi—perché non avevo niente di meglio in programma e, se non altro, per rispetto di chi si era sbattuto a cercare il mio numero e contattarmi. Non solo, invece, avevo consumato il tempo di un tizio che dopo tutto lavorava—ma nulla, nemmeno una parola della nostra surreale conversazione, mi aveva dato il minimo indizio sul perché, per cominciare, a qualcuno fosse venuto in mente di chiamare me.

Ora, cose del genere all’estero non mi succedevano. E attenzione, non succedevano non perché la cultura e l’etica professionale fossero più spiccate—mi piaceva pensare così agli inizi, ma non é la verità, o per lo meno in questo caso etica e cultura professionale non c’entrano nulla. Quel che succedeva—ogni volta che rispondevo a sproposito, che mi assentavo mentalmente in piena riunione o quando davo semplicemente l’impressione di essere  un po’ lento a carburare—era che la cosa veniva messa sul conto delle mie approssimazioni linguistiche o della differenza culturale. Nella maggior parte dei casi me la cavavo con un sorriso benevolo e anche un po’ intrigato; e quando mi andava davvero male, essere guardato con sufficienza era il massimo che potesse capitarmi. Me ne resi conto solo a posteriori, quando l’effetto era passato: essere straniero si era rivelata la scusa migliore che mi fosse mai capitato di trovare. Per un periodo piuttosto lungo, il fatto che fossi un outsider non mi era stato imputato come una colpa: era stato un mio pieno diritto e un formidabile lasciapassare.

All’avvicinarsi della quarantina, una padronanza linguistica resa più salda dagli anni e maggiori responsabilità professionali finirono inevitabilmente per rompere il giocattolo. Mi ero fatto irretire. Avevo uno stipendio e una posizione sociale. Collaboratori e progetti da gestire. Conti da rendere.  Non potevo più permettermi di essere un outsider. Ma io, straniero o no, mi sono sempre sentito un outsider.

Immagino, a questo punto, di essere arrivato al dunque. Perché sono venuto qui. Di fronte ad una domanda del genere, mi vengono in mente decine di risposte possibili—e altrettante obiezioni perfettamente legittime. Le stesse risposte e obiezioni che mi si agitarono in mente in quel prefabbricato della cintura torinese, durante il mio primo colloquio di lavoro, quando mi venne chiesto che cosa volevo fare. Quel giorno—come avrei fatto spesso negli anni a venire—finii per dire qualcosa che aveva davvero poco a che vedere con quanto mi passava per la testa. Risposte e obiezioni si annullavano a vicenda e, mentre il tempo attorno a me sembrava scorrere più lento (per me e, per motivi diversi, per il mio interlocutore), finii per concludere che non ne valeva la pena. Un interruttore scattò da qualche parte dentro di me, mi assentai e mandai il rappresentante accettabile di me stesso a fare atto di presenza.

Spesso questa é la strategia migliore per sopravvivere. Eppure ci sono volte in cui quello che succede in queste imprevedibili distorsioni temporali merita di essere liberato, di esistere e di essere riconosciuto accanto a ciò che si sente e si vede, perché lo rende più intenso e più vero. E conosco solo un modo per ricucire lo strappo tra il presente e l’assente. Raccontare.

Parigi, aprile 2020

Al Matte

Immagine di copertina: Man repairing his car – Cuba, Vinales (2004) – © Caroline Vigliani

Ultimi Racconti