Passeggeri che escono dalla metro di Parigi

Déjà vu

Il momento più fastidioso è al mattino, quando ritrovo la luce del giorno.

È una risalita lenta e inesorabile, come le prime avvisaglie di un conato di vomito. Esco dal vagone e arrivo in un atrio illuminato al neon, che finisce in uno svincolo di scale mobili e rampe laterali. Qui esito. Il flusso mi risucchia per inerzia verso la fila ben allineata, intasata davanti alla scala mobile; ma qualcosa, un sussulto, all’ultimo mi fa scartare di lato e mi spinge su, a piedi per le scale semideserte.

Un gradino alla volta salgo, il mio libro tascabile aperto davanti agli occhi. Lo sguardo si aggrappa alle linee d’inchiostro, ma l’effetto non è più quello di qualche minuto prima. Sono fuori dalla zona protetta. Qui ogni parola, frase, ogni immagine sottratta alla giornata che incombe è un atto di resistenza. Lotto per gli ultimi istanti di piacere, mentre mi muovo nella terra di nessuno che mi separa dall’ufficio del consulente digitale Omar Terrazzani.

Stiamo parlando di un box. Il primo di una fila di tre, ricavati in uno stanzone di trenta metri quadri e separati da pareti di un PVC bianco opaco. Una vetrata in plexiglass li delimita sul davanti, formando un corridoio che parte dall’ingresso, a sinistra, e corre lungo il muro con finestre overlooking il cortile interno. In ciascun box, quattro scrivanie ikea – tetragone e laccate di nero – sono state in qualche modo fatte entrare e appoggiate sulla moquette slavata e abbandonata agli acari. Occupano talmente bene lo spazio quelle scrivanie, che una volta sedutisi Terrazzani e colleghi reprimono facilmente l’impulso di alzarsi to go idle. Quando gli occhi sono torchiati a sufficienza dallo schermo (o fiaccati dalla noia) invece di andare alla macchinetta del caffé si limitano a cercare, oltre il riflesso del plexiglass, la finestra di fronte al box.  E dalla luce che arriva sulle pareti del cortile indovinano quasi sempre che piega ha preso la giornata là fuori.

La piega possibile, da quelle parti, è puramente meteorologica. Per il resto, che piova o ci sia il sole, le strade incrociantesi di un quartiere haussmaniano non contemplano il fattore sorpresa. Gente smart, brillante, si muove scansando rigagnoli e operai della manutenzione; turisti suonati vengono rilasciati a intervalli regolari dalle porte dei grandi magazzini; auto e furgoni singhiozzano in avanti, tra ingiurie represse e colpi di clacson. Il tutto tra l’eleganza muta di vetrine che espongono, sempre e comunque, oggetti d’arte, che si tratti di bottarga corsa, dell’ultima macchina da espresso della Nestlé o di improbabili rarità ottocentesche. Vetrine del genere sono fatte per ricordarti che sei in un posto frequentato da gente che sa riconoscere la qualità e apprezzarne il valore. Gente concreta, con i piedi per terra e lo sguardo dritto davanti a sé.

Non che possano fare altrimenti: solo a chi mantiene lo sguardo ad alzo uomo é concesso di non scontrarsi con gli altri passanti, di trovare più in fretta l’insegna della metro, di evitare rigagnoli, di tenere d’occhio le ultime novità in vetrina – per farla breve, sono strade fatte per chi ha lo sguardo del predatore. Fisso sull’obiettivo. Il predatore non si perde in dettagli laterali, nota solo quello che può avere incidenza nell’immediato. Un altro tipo di sguardo invece – uno sguardo più svagato, più aereo – passando per una di quelle strade noterebbe probabilmente, almeno per un istante, un palazzo senza vetrine, con la porta schermata e un po’ ingrigito dallo smog. È un palazzo in cui si trova, al primo piano, uno stanzone che dà su un cortile interno e contiene tre box. E uno di quei tre box è il famoso ufficio di cui sopra.

Di un posto del genere, vorrei tanto potervi dire che non ci andrei nemmeno se mi pagassero. Ma si dà il caso che mi pagano e che ci vado. Tutte le stramaledette mattine.

Per fortuna prima c’è la metro.

La metro è l’unico posto che tutti i parigini che conosco sono unanimi nello schifare. D’inverno è deprimente, d’estate c’è puzza; che sia per la calca all’ora di punta o le sue douteuses frequentazioni notturne, è un luogo che ti sbatte relentlessly in faccia quanto ti possano stare sul culo gli esseri umani – tutti, senza distinzione di origini, convinzioni o estrazione sociale.

E però nella metro io ci vedo i suoi vantaggi. Tanto per incominciare, è l’unico spazio in cui nessuno può davvero scocciarmi. Non è roba da poco. Tecnicamente, persino quando stai seduto sulla tazza a gingillarti con lo smartphone, chiunque può sentirsi in diritto di chiamarti, e chiederti di rendere conto. Che poi tu sia o meno così masochista da rispondere – inchiodato là sopra, attento a non dare il minimo indizio – importa poco: la magia del momento è comunque rovinata. Nella metro è raro, quasi un fatto eccezionale, incontrare delle conoscenze; il tuo status sociale conta zero e il segnale dello smartphone è estremamente debole.  Per quanto mi riguarda, è l’unico posto in cui, in circostanze ordinarie, puoi sperare di startene in pace.

E per me è importante, perché lì dentro riesco a viaggiare. Leggo. Sotto terra, mi capita di percorrere molto più di una fermata ogni due minuti. Non starò ad annoiarvi parlandovi di trip intellettuali, emozioni o visioni oniriche. Quelli se vogliamo sono fatti miei. Ma quel che conta è che nella metro ho il privilegio di poter essere chiunque o nessuno. Nell’ufficio del consulente digitale Omar Terrazzani, invece, mi tocca essere Omar Terrazzani. Il che, di questi tempi, non è il massimo che ti possa capitare.

Best part of the day’s over, mi dico allora affettando un sorriso un po’ sghembo, quando in cima alle scale intravedo la famosa luce del giorno. La sagoma in controluce del tizio che distribuisce giornali  gratuiti si sbraccia meccanica, come uno di quegli omini con le bandierine, sulle piste degli aeroporti. Il conato di vomito non è così forte da non poter essere contenuto.

E non so perché, ogni giorno, quella luce, sempre un  po’ grigia, mi ricorda immancabilmente un altro stato di nausea. Giovanile, notturno, following spesso una sbornia malriuscita. Ricordo che mi accasciavo sul sedile della Panda, tenendomi al volante, un fischio tenue mais impitoyable che partiva dall’orecchio interno perforandomi il cervello. Giravo la chiavetta e canalizzavo tutta la concentrazione di cui ero capace nello stacco della frizione, sapendo che una partenza a strappo sarebbe stata rovinosa. Poi scivolavo verso casa, guidando a venti all’ora sull’asfalto luccicante delle strade notturne, incoscientemente consapevole che anche questa volta ce l’avrei fatta. A patto di pensare solo ed esclusivamente al prossimo semaforo rosso. Una sola cosa contava, ed era arrivare intero al prossimo, stramaledetto semaforo rosso.

Immagine di copertina: Passeggeri all’uscita della metro – Parigi Bercy,  © AFP

Un commento su “Déjà vu”

  1. Ti leggo volentieri e da queste poche righe riconosco un compagno di vita importante degli anni che come si dice in gergo “contano”…. a presto … al prossimo post “Tremendo”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.