Les écoliers curieux, Paris, 1953 - Robert Doisneau

The Kid

Lo vedevo attraverso il vicolo. Da un quinto piano all’altro, incorniciato dalla luce soffusa, quasi arancio, del loro salone retro-chic con cucina americana sullo sfondo e stampe giapponesi appese ai muri. Aveva un sorriso contagioso, straripante, che gli accendeva il visino non appena sua madre lo prendeva in braccio. 

Mi vergogno un po’ a dirlo—guardare in casa degli altri è contro le regole—ma osservare quel quadro, che si animava puntualmente ogni sera quando tornavo da dieci pointless ore d’ufficio, mi faceva stare bene.

I capelli erano fini, di un biondo che non dura e si incendia col sole e la pelle chiara—fatua. Finissima. Anche gli occhi erano chiari e sapevano sostenere lo sguardo—almeno per il tempo necessario a ricordarsi che era un bambino in un mondo di adulti.

Quand’era con sua madre, in braccio per giocare con i riccioli vaporosi, oppure in piedi, minuscolo di fronte quella figura di donna energica, si teneva sistematicamente di fronte o di tre quarti, girato verso la finestra. La madre, invece, l’ho quasi sempre vista di schiena, spostarsi con movimenti precisi e mirati. A volte mi sorprendevo a seguire i loro dialoghi, a decifrare con chiarezza le ondate espressive che attraversavano quel viso piccolo e tondo. Improvvise e irruente quando si trattava di una sorpresa o di un complimento; più lente, trascinate, davanti a un rimprovero o a un desiderio negato.

Per anni l’ho guardato distrattamente correre per casa,  apparire e sparire attraverso le finestre del sottotetto. Poi le sue apparizioni si sono via via fatte più rare, non ricordo da quale momento con esattezza—ricordo solo che ad un certo punto mi sono detto che erano settimane, forse mesi che non lo vedevo più saettare di fronte alle finestre. E—forse una coincidenza—proprio in quel periodo cominciai a sentire che le giornate in ufficio mi pesavano in modo particolare. Ore fatte di riunioni, trattative al telefono, appuntamenti, presentazioni alla direzione di questo o quel cliente, ultime spiagge per prolungare un contratto, occasioni imperdibili per ottenerne un altro. Ore, giorni e situazioni che avevano immancabilmente la stessa forma e lo stesso valore. Permettevano, a loro, di far girare più o meno bene certi ingranaggi e, a me, di mangiare a fine mese. Non che non vedessi il lato pratico della faccenda o, se vogliamo, anche la sua importanza. É soltanto che la sera, senza quel bambino che scorrazzava nell’appartamento di fronte, quella messinscena necessaria era più difficile da vivere.

***

A settembre, in genere, il mio umore é piuttosto accettabile. Riaprono le scuole, finiscono le vacanze, ma gli effetti del mese di agosto, del torpore estivo, non sono del tutto svaniti. E le giornate sono ancora passabilmente soleggiate. Ricordo che avevo finito la ricarica di mate e scesi in strada per andare a ritirare il pacchetto nella drogheria sotto casa. Ne avrei approfittato per comprarmi una bottiglia di whisky.  Mi riusciva difficile, in quel periodo, sopportare le ore che seguivano la cena senza prenderne almeno un bicchiere. Svoltai l’angolo, feci in tempo a sentire il rumore di un portone che sbatteva e mi vidi piombare addosso una ragazzina africana—magra e nodosa, ma sorprendentemente contundente—che arrivava di corsa. Bofonchiò delle scuse soffocate da una risata e ripartì di corsa. Altri due, maschi o femmine non feci in tempo a distinguere, passarono di lato ridacchiando. Un quarto li seguiva anche lui di corsa, la mano di sbieco per coprire la bocca. Vidi due occhi grigio-azzurro sotto una frangia bionda mettermi a fuoco per un attimo, fare un rapido calcolo e sparire. Mi dissi che ormai doveva avere una decina  d’anni; fui contento di averlo rivisto.

***

Un paio di mesi più tardi, il 18 novembre verso l’ora di pranzo, risalivo intorpidito la rue des Plantes. Era un mercoledì infetto di paure e supposizioni fosche. Il cielo era elettrico e terso e il vento spazzava la strada in un silenzio spettrale. Da lontano vidi una sagoma venirmi incontro. Minuta, il capo biondiccio ispido e assorto, leggermente piegato in avanti, le mani sprofondate in tasca. Camminava quasi come per ammazzare il tempo, in una giornata in cui tutti si premuravano di andare da qualche parte. A casa, in ufficio, qualsiasi luogo andava bene, purché l’accesso non fosse aperto al pubblico. Dopo gli attentati del venerdì, le notizie del mattino—i corpi speciali avevano stanato e fatto saltare i terroristi di Boulevard Voltaire asserragliati a St. Denis—avevano confermato che il terrore era lì, presente; si era innervato nelle strade, tra i negozi dei centri commerciali, negli uffici; in qualsiasi luogo in cui uno sconosciuto potesse entrare e fare una carneficina. Avendo appena lasciato un ufficio in cui, nell’eccitazione crescente, non si parlava d’altro, mi chiesi guardandolo se fosse a conoscenza degli eventi. I tratti del viso ancora infantili erano dissimulati da una sobria tenuta sportiva in cui si distingueva una felpa blu con cappuccio. Era ad una quindicina di passi e  il suono di una sirena tagliava il viale in lontananza. Senza modificare l’inclinazione del capo, alzò lo sguardo e mi squadrò interlocutorio. 

Giornata niente male per una passeggiata, gli dico abbozzando.

Sì, risponde fermandosi ad un metro con un sorriso un po’ tirato, lo sguardo che si fissa su un punto oltre la mia spalla sinistra.

In circostanze più normali sarei passato oltre accontentandomi di un cenno, ma quel mattino avevo già perso abbastanza punti di riferimento e non ero più nelle condizioni di ricordarmi che erano anni che non parlavo ad un ragazzino di quell’età.

Mi guardava incerto, come se aspettasse istruzioni.

Ascolta, gli dico. Oggi é una giornata un po’ particolare. Hai finito scuola, giusto? Di sicuro tua madre ti starà aspettando. Forse é meglio se rientri.

Devo comprarmi un panino, dice lui fissandomi impacciato.

La mamma non é in casa?

Al lavoro.

E mangi da solo?

Mi ha lasciato il pranzo da scaldare.

Non ti va di mangiare il pranzo che ti ha lasciato?

Stamattina ho dimenticato le chiavi.

In casa?

In casa.

Lo fissai per un attimo, cercando non fosse altro che un minimo indizio sul da farsi. Mi sentivo a disagio all’idea di continuare con le domande—andare oltre i saluti di circostanza in casi come quelli non era davvero il mio forte. Guardai la strada insolitamente deserta.

E poi devo essere a Charlety per le due e mezza, mi alleno laggiù, mi  dice portando anche lui lo sguardo sulla via alle mie spalle.

Ascolta, butto lì, devo passare anch’io dal panettiere, se ti va posso accompagnarti.

Vous savez m’sieur, fa lui come se non avesse sentito, quella volta non facevamo niente di male quando l’abbiamo spinta. Cioè quando i miei amici l’hanno spinta. Laggiù, all’angolo. Giocavamo soltanto a suonare i campanelli.

Disorientato, provo ad abbozzare, poi mi accorgo che mi osserva di sottecchi.

Ci giocate spesso con i campanelli? gli faccio.

Suoniamo solo quello di Madame Treviso, risponde obliquo dopo un istante di silenzio.

Madame Treviso é una bella stronza, penso astenendomi dal dirlo, e concedo un mugolio interlocutorio.

Suoniamo tutti i giorni alla stessa ora, penso che sappia chi siamo. Voglio dire, lo sa che suoniamo e scappiamo, eppure viene sempre a rispondere.

Camminiamo verso la panetteria in fondo alla strada; sento, di fianco, che con la coda dell’occhio non mi molla di un centimetro.

Ogni volta cerca di fare come se niente fosse, riprende, ma poi la sentiamo respirare nel citofono. Deve tenerlo proprio sotto le narici. Lo fa screpitare, come quando versi dell’acqua in una padella che brucia.  

Il sole di mezzogiorno é luminoso come un sole di novembre in cui i negozi sono aperti e in giro non c’é anima viva. Guardo in fondo alla rue des Plantes, proteggendomi gli occhi con la mano destra. Per la prima volta dall’inizio di quella frastornante giornata, comincio a sentirmi bene.

E appena sente ridere ci grida bastardi, vi fotto bastardi, vi mando la polizia!

Grida sempre la stessa cosa? ascolto il suono delle mie parole come se a pronunciarle fosse un altro, mentre lo guardo nascondere una smorfia compiaciuta.

Più o meno, fa lui, a volte le capita di cambiare, ma ci chiama sempre bastardi o banda di pezzenti.

Penso a Madame Treviso, il viso tirato e i capelli grigi, sfiniti a forza di essere cotti su bigodini in plastica. Magari non é poi così stronza, mi dico. E penso ai miei colleghi, le facce tirate anche loro, le invettive sulla chiusura delle frontiere che erano volate al mattino, l’aria irrespirabile dell’ufficio. Il mio bisogno di uscirne a qualsiasi costo.

A che ora dicevi che é, il tuo allenamento? gli faccio. 

E mentre abbasso la mano che mi ripara dal riverbero accecante delle vetrine immobili, riconosco fugace quel sorriso che gli accende lo sguardo.

Lo accompagnai all’allenamento. Camminammo in un silenzio punteggiato qua e là dal suono delle sirene. Lo guardai scherzare e giocare con i compagni. Seduto su un seggiolino sulle tribune, quasi senza rendermene conto, inspirai e espirai più volte profondamente.

Fu il mio primo, consapevole atto di assenteismo.

 

Immagine di copertina : Les écoliers curieux, Paris, 1953 – © Robert Doisneau

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